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Pietro Dejeronimis

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Dipinto Dejerominis   Pietro Dejeronimis, chi era costui ?

La famosa domanda che Manzoni mette in bocca a don Abbondio riferendola a Carneade ben può essere abbinata, mutatis mutandis, a Pietro Dejeronimis, personaggio cui è dedicata una delle principali vie di Moncucco ma sui cui meriti il passare degli anni ha fatto scendere l'oblio della memoria. Dal 1871 il suo nome compare su una lapide dedicata ai benefattori collocata nel castello di Moncucco.
Pietro Dejeronimis nacque a Torino probabilmente nel 1782 da Giovanni Battista Dejeronimis e Francesca Tarino; in alcuni documenti viene nominato come Giovanni Pietro D., su altri Pietro Biaggio D.; a Moncucco si era sposata e viveva anche una sua sorella, Marainna Dejeronimis, morta nel dicembre del 1838. Egli era sposato con Catterina Merlino, nativa di Gassino, e risiedeva in una propria casa in via Mosso.
Dejeronimis viene annoverato fra gli illustri benefattori di Moncucco perché - così come numerosi altri moncucchesi vissuti nel secolo scorso - con il suo testamento volle lasciare parte delle proprie sostanze a favore della comunità. Egli morì nella sua casa la mattina del 21 marzo 1868, alla veneranda età di ottantasei anni. Pochi giorni prima, il 9 marzo, aveva consegnato le sue ultime volontà al notaio moncucchese Vittorio Mossi. Morto senza figli, nominò sua erede universale la "amatissima sua consorte in ricompensa delle tante cure ed attenzioni compartitegli". Ad un suo figlioccio di Casalborgone, Pietro Demo, lasciò la somma di 300 lire una tantum.
Altre 500 lire annue e perpetue le destinò per metà alla Congregazione di Carità di Moncucco e per l'altra metà al Comune. Il lascito era "da convertirsi a favore dei poveri iscritti alla beneficenza, e della scuola infantile". La Congregazione di Carità (un ente di pubblica beneficenza esistente in tutti i paesi) utilizzò il lascito per i poveri mentre le 250 lire lasciate al Comune servirono a far nascere a Moncucco un Asilo Infantile comunale che rimase in funzione fino agli anni '30 del nostro secolo, quando grazie ad un'altra benefattrice, Ida Matta, si aprì in paese un asilo gestito dalle Suore del Cottolengo.
Il pio lascito di Dejeronimis era, come sovente accadeva, gravato di pesi. I due enti beneficiari dovevano, secondo le prescrizioni del testamento, far "celebrare in perpetuo un funerale con tomba cadauno ed annualmente nel dì del suo decesso, ed allo scopo di offrir preci all'Altissimo per l'anima sua, vi intervenga il Municipio, la Congregazione di Carità, la scuolaresca ed i poveri". Per far fronte al pio legato la vedova di Dejeronimis propose al Comune e alla Congregazione di Carità delle cartelle del Debito Pubblico Italiano Consolidato con una rendita annua pari alle 500 lire lasciate dal marito. Il Comune e la Congregazione fecero invece porre un'ipoteca sugli immobili del defunto e richiedevano la separazione fra l'asse ereditario della Merlino e i beni del suo defunto marito. In alternativa i due enti richiesero alla vedova Dejeronimis lo sborso di 10.000 lire che, con una rendita annua del 5 % avrebbero appunto fruttato le 500 lire (pari a circa 3.150.000 lire/costo della vita del 1995). Per risolvere la questione si aprì una causa civile presso il tribunale di Asti che sentenziò come fosse facoltà della vedova scegliere la forma di pagamento che preferiva. La vedova pagò infatti nell'agosto del 1869 con dieci cartelle del debito pubblico da 50 lire l'una.
In realtà fra le posizioni dei due beneficiari e quelle della vedova di Dejeronimis vi era una differente interpretazione delle leggi dell'epoca. Le allora recenti norme contro la manomorta, cioè gli immobili vincolati a favore di parrocchie ed enti religiosi o benefici, avevano infatti previsto, proprio per movimentare il mercato immobiliare e conseguentemente la libera imprenditoria, che fosse possibile sostituire le rendite immobiliari con rendite del debito pubblico. Da parte sua la vedova aveva evidentemente interesse a godere di una proprietà immobiliare libera da pesi e ipoteche, dall'altra il Comune e la Congregazione probabilmente temevano che una rendita del debito pubblico fosse più facilmente sottoposta e rischi di svalutazione che non una rendita immobiliare.
I due enti moncucchesi nella causa contro Catterina Merlino coinvolsero anche il Marchese Emanuele Tapparelli d'Azeglio, una fra le più eminenti figure della nobiltà piemontese di quel periodo. Ambasciatore del Regno, Emanuele d'Azeglio era figlio di Roberto e Costanza d'Azeglio, e quindi nipote di Massimo d'Azeglio. Il motivo del coinvolgimento era che il padre di Roberto e di Massimo, Cesare, altra grandissima figura di aristocratico piemontese, dal 1792 aveva contratto un censo a favore di Pietro Ludovico Dejeronimis poi trasmesso agli eredi. Pietro Ludovico, probabilmente il nonno del benefattore moncucchese, era un noto architetto torinese. Cesare d'Azeglio nel 1790 aveva acquistato dai Provana una residenza sulla collina di Revigliasco per la somma di 60.000 lire dell'epoca. L'acquisto venne rateizzato e nel 1792 il Dejeronimis diede al Tapparelli d'Azeglio 10.000 lire con cui il primo acquistò un censo annuo perpetuo per sé e i suoi eredi di 400 lire mentre il secondo le utilizzò per pagare una rata della villa di Revigliasco (Archivio di Stato di Torino, Sezioni Riunite, Ufficio di Insinuazione, Tappa di Torino, 1793, vol. I, ff. 53-56).
Grazie anche ai documenti relativi alle ultime volontà del benefattore (conservati presso l'Archivio Comunale di Moncucco - Fondo Congregazione di Carità) è quindi possibile comprendere chi fosse il "de Hieronimis" citato da Massimo d'Azeglio in una sua lettera dell'agosto 1832 indirizzata al proprio amministratore Carlo Calcina, cui scriveva che "se crede bene saldar il de Hieronimis, lo faccia, e sarà un pensiero in meno" (M. D'AZEGLIO, Epistolario, I, a cura di G. Virlogeux, Torino 1987, p. 130).
Pietro Dejeronimis visse in un periodo (1782-1868) di grandi trasformazioni. Nato in una società di antico regime come quella della Torino di fine '700 visse alcuni dei momenti più interessanti della storia moderna del Piemonte: l'età giacobina e napoleonica, la restaurazione sabauda fino agli anni dell'Unità nazionale. Anche se di famiglia torinese, visse buona parte della sua vita a Moncucco dove ebbe sicuramente modo, nel corso della sua lunga vita, di entrare in contatto con alcuni fra i personaggi che più in profondo hanno segnato la storia del nostro paese nel secolo scorso: il teologo Cottino, don Burzio e don Martina, i notai Carlo Francesco Beltramo e Vittorio Mossi. Fu l'ultimo esponente di una famiglia borghese ricca ed importante sulle cui vicende sarà opportuno tornare in  futuro con ricerche più approfondite.
 
                                   Gianpaolo Fassino
 
 
 
Foto La lapide che ricorda P. Dejeronimis nel castello di Moncucco

COMUNE di Moncucco Torinese (AT) Via Mosso, 4 - Tel. 011.98.74.701


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